slow fashion

moda etica e sostenibile


Il fashion system è morto, è desueto, è obsoleto. Mai come adesso la moda è così fuori moda. Nel 2015 Li Edelkoort, tra le più influenti trend forecaster, mondiali pubblica il suo Anti-Fashion Manifesto, in cui viene decretata la fine del sistema moda così come lo conosciamo noi: l’industria della moda continua a operare come nel 20° secolo, scrive, celebrando l’individuo, gli stilismi, i divismi, allontanando i giovani designers dalla manifattura e dalla materialità tessile ed educandoli al luxury branding, scollando, di fatto, la moda come indicatore di tendenza, ciò che è sempre stata, dalla società che invece è rivolta sempre più all’interazione e a un nuovo senso di comunità.

La richiesta del fast fashion, di forniture sempre più rapide ha portato a un processo di ristrutturazione che ha trasferito la produzione occidentale per trarre profitto e sfruttare i paesi a basso salario. Teniamo presente che l’industria della moda e i maggiori marchi che conosciamo tutti, operano adesso in 50 cicli di produzione diversi, rispetto ai tradizionali due (primavera/estate e autunno/inverno).

Poi c’è il ruolo, fondamentale, del consumatore che piuttosto che boicottare i marchi fast fashion, ne è sedotto. Qualche dato: l’industria del fast fashion conta il 10% delle emissioni globali di CO2, il secondo fattore di inquinamento dopo il petrolio. II consumatore medio acquista il 60% di capi di abbigliamento in più rispetto al 2000.. Un prodotto fast fashion viene indossato in media meno di 5 volte, circa 35 giorni, ciò produce il 400% di emissioni di CO2 in più di un capo indossato 50 volte e conservato per un anno intero. Per produrre il poliestere vengono impiegati più di 70 milioni di barili di petrolio ogni anno e non è soltanto questo a incidere negativamente sull’ambiente, piuttosto la non biodegradabilità del tessuto che una volta gettato via, impiega 200 anni a decomporsi. Il 20% dell’inquinamento delle acque potabili è causato dal trattamento dei tessuti e dai processi di tintura. Per fare una maglietta di cotone servono 2700 litri di acqua, in pratica la quantità di acqua potabile sufficiente a una persona per 2 anni.

C’è un aspetto simbolico in tutto questo, sottolinea la Edelkoort, i prezzi così bassi professano che i vestiti devono essere gettati e dimenticati prima di essere amati e gustati e comunicano ai consumatori che la moda non ha valore. La cultura della moda viene così distrutta.

Non del tutto, però. Dalle ceneri e dai miasmi del fashion system e del fast fashion, emerge una nuova consapevolezza, quella che reputa come urgente un intervento in alternativa a tutto questo: lo slow fashion è un’opportunità.

Il termine è stato coniato nel 2008 da Kate Fletcher e derivato dai movimenti Slow (slow food, slow living). Lo slow fashion tende a enfatizzare la trasparenza tra stilisti, manifattura e consumatori e mette l’accento sulla qualità e sulla responsabilità piuttosto che sulla velocità. Chi produce e chi acquista capi di abbigliamento è responsabile delle proprie azioni basate su integrità ecologica e uguaglianza sociale..

“Compra meno, scegli meglio e fai durare a lungo ciò che compri.

Punta sulla qualità, non la quantità.”

Vivienne Westwood

Sono dieci i punti cardine e i valori di questo movimento:

Vedere il quadro nell’insieme ovvero riconoscere che tutte le azioni sono connesse all’interno di sistemi ambientali e sociali più ampi e prendere le decisioni in base a questa interconnessione. Considerare che le nostre scelte hanno un impatto sull’ambiente e sulle persone e ognuno di noi, come consumatori, dovremmo avere il quadro completo dell’intero processo -progettazione, produzione, uso e potenziale riuso- di un prodotto.

Rallentare i consumi al fine di consentire all’ecosistema di rigenerarsi. Permettere alla terra di ricreare le risorse e le materie prime utilizzate per la moda, in maniera naturale. Per esempio, durante la lavorazione del cotone invece di utilizzare sostanze chimiche nocive per accelerare il processo, lo slow fashion consente alla pianta di crescere naturalmente.

Diversità, intesa in termini ecologici, sociali e culturali da conservare. Mantenere i metodi tradizionali di produzione nel fare abbigliamento promuove la vivacità culturale. apporta conoscenza e aumenta il significato di ciò che indossiamo ed è un ottimo strumento di innovazione.

Rispetto per le persone. Ogni membro del sistema produttivo della moda deve dotarsi di codici di condotta che promuovano il benessere e garantiscano un trattamento equo dei lavoratori.

Riconoscimento dei bisogni umani e il rispetto di bisogni come la creatività, l’identità e la partecipazione nel raccontare la storia dietro un capo di abbigliamento. Ciò fa sì che il consumatore sia parte del processo progettuale e se egli sente una connessione emotiva con quel capo, lo farà durare più a lungo, riducendo così l’iperconsumo.

Costruire relazioni è un elemento chiave dello slow fashion perché collaborare significa costruire rapporti di fiducia durevoli nel tempo, sia per quel che riguarda la catena di approvvigionamento ma anche nel rapporto stilista-cliente.. Molti designers offrono anche servizi di riparazione o ammodernamento per contribuire a mantenere salda la relazione.

Intraprendenza nel concentrarsi sull’utilizzo di materiali, risorse e capitale umano su base locale. Questo modo di fare sostiene le piccole imprese e le competenze sartoriali, si riduce l’impatto ambientale della moda, si rafforzano le economie locali e si migliorano le comunità.

Attenzione alla qualità, alla bellezza e alla cura di un capo, che dovrebbe essere di taglio classico piuttosto che strettamente legato alla moda passeggera, fatto con tessuti di qualità e tagli tradizionali che creano capi senza tempo. E’ necessario offrire al consumatore servizi di riparazione e restyling che contribuiscano a mantenere alta la qualità del capo, affinché esso cambi con chi lo indossi nel tempo.

Redditività. Per essere competitivi è necessario aumentare la visibilità sul mercato e sostenere i profitti. I prezzi incorporano costi reali sotto forma di maggiore utilizzo di materiali, tempo, risorse e salari equi, per questo sono più alti. D’altronde è impensabile che un prodotto che è stato coltivato, filato, tagliato e cucito, stampato, etichettato, imballato e trasportato possa costare meno di 3 euro! Dobbiamo imparare a vedere la differenza.

Pratica consapevole significa prendere le decisioni basandole sulle nostre passioni personali, in connessione con le persone e l’ambiente che ci circonda e con la volontà di agire in modo responsabile. Amare ciò che si fa e aspirare a fare la differenza nel mondo in modo creativo e innovativo.

Fonti: ANTI_FASHION, a manifesto for the next decade by Lidewij Edelkoort

Kate Fletcher, Sustainable Fashion and Textiles: design journeys, 2008