IL FASCINO DEI DIFETTI

Bisogna ammetterlo, ci si sente sempre un po’ in imbarazzo a indossare un paio di scarpe nuove. Sì, sono belle, comode, le volevamo proprio così e le abbiamo comprate. Le guardiamo mentre camminiamo cercando di familiarizzare con loro, di approcciarci a un linguaggio comune tra il nostri piedi e la loro forma. Poi il tempo passa e ce ne dimentichiamo: ci siamo integrati l’un l’altro. Arriva il giorno in cui ci soffermiamo a guardarle e notiamo pieghe che prima non c’erano, fili di cuciture saltati, suole consumate in punti specifici. In quel momento ci rendiamo conto che quelle scarpe così ridotte raccontano di noi più di qualsiasi altra cosa, anzi, per certi aspetti, dicono la verità su di noi.

Come creatrice di pantofole in feltro di lana, posso dire che il feltro è un eccellente materiale in quanto a termoregolazione, isolamento ecc… ma in molti casi non regge la pressione, l’attrito e lo strofinìo, le fibre via via si assottigliano, si diradano e a lungo andare, come accade pressocchè a tutte le calzature, la pantofola si buca. Il bello è che non si bucano mai allo stesso modo, anzi, i buchi sono tutti differenti, variano anche da piede a piede, e ciò mi porta a pensare caso per caso e a immaginare indirettamente quale sia il bisogno del piede e gli accorgimenti ad hoc da adottare.

Un qualsiasi oggetto, considerato da un’altra prospettiva lo definiremmo usurato, deteriorato, difettoso, cioè mancante di qualcosa nella sua forma o funzione originaria. e pertanto destinato al cestino dei rifiuti. Bruno Munari, in Arte come mestiere, dice che osservando attentamente un cucchiaio di legno di quelli che si usano per mescolare la pasta, possiamo notare come l’usura, ovvero il contatto continuo del cucchiaio con la pentola, ne abbia “cambiato la forma, come se fosse tagliato di sbieco, ne manca un pezzo”. Ecco, quando stiamo per buttarlo perché non è più un cucchiaio per la pasta, in quel momento il cucchiaio ci sta rivelando la sua verità, la sua vera forma, ovvero come dovrebbe essere fatto per funzionare al meglio. Anche il manico in legno di uno spazzolone per pavimenti ci dice a chiare lettere che la sua forma dovrebbe essere leggermente curva per essere maneggevole e rispondere adeguatamente alla pressione che si esercita usandolo, l’elenco potrebbe continuare con tanti altri esempi, includendo altri materiali, ma procedendo per sintesi, si può affermare che l’osservazione della metamorfosi di un oggetto è alla base dell’apprendimento di diversi metodi progettuali e che non sempre ciò che è difettoso è da buttare, anzi, fornisce un’ampia gamma di linguaggi con una forte valenza espressiva.

In ambito industriale, la merce contrassegnata come difettosa viene eliminata, scartata a priori e mai ammessa al pubblico. Per l’artigianato è diverso: esistono molti esempi in cui un salto nel processo di trasformazione della materia, una risposta diversa del materiale a cause esterne, uniti ad altri fattori come semplici sviste, hanno la capacità di rivelare l’autenticità del manufatto, il “pezzo unico” per eccellenza.

Non si parla di difetti strutturali, una ciotola bucata non può essere una ciotola, una ciotola scheggiata può essere ancora una ciotola ma non è un oggetto desiderabile o da usare, ma una ciotola scheggiata in cui il vuoto lasciato dalla scheggia diventa, grazie alla capacità intuitiva ed empatica dell’artigiano, un elemento decorativo per esempio, o un punto di forza che comunica l’affidabilità alla funzione-ciotola, allora ecco che prende vita qualcosa di unico e irripetibile.

Sappiamo bene che non sempre il perfetto coincide con il bello e non c’è nessuna legge universale che decreti cosa sia bello, se non il gusto e la sensibilità di ognuno ma la nostra cultura occidentale, materialistica e omologatrice ci ha sempre spinto a considerare il difetto e la mancanza come qualcosa da rigettare e il perfetto come qualcosa da contemplare. ma se per un attimo provassimo a ragionare su quella che è la “verità” dell’oggetto a noi familiare, il grado di intimità o complicità che abbiamo con lui e assumessimo l’idea di perfetto come qualcosa di mutevole, temporaneo, soggetto a variazioni nel tempo, ci accorgeremmo che stiamo creando, se siamo artigiani o stiamo usando, da fruitori, qualcosa che contiene in sé un alto valore spirituale. Spiritualità da non intendersi come religiosità, piuttosto come qualcosa in grado di connetterci corpo e mente al momento che stiamo vivendo, a prendere consapevolezza di noi stessi nel mondo, a rivelare i nostri gesti quotidiani come rituali piuttosto che routine.

Forse proveremo a far rigenerare le nostre scarpe che conservano più memoria di quanta ne abbiamo noi (o magari cercheremo di acquistare, la prossima volta delle scarpe rigenerabili) e troveremo un significato speciale in un gesto banale come mescolare la pasta o lavare i pavimenti se lo facciamo con un oggetto a cui abbiamo dato ascolto e con cui abbiamo familiarizzato, prima di gettarlo via.

Il difetto come errore o svista può generare perfino effetti estetici inaspettati: saltare un filo di ordito durante la tessitura è un errore madornale, saltarne tanti a cadenze prestabilite diventa un motivo originale. Dimenticare di pulire il timbro tra una tamponatura e l’altra, dà vita a gradienti casuali straordinari e irripetibili.

Il difetto evidenziato: si può estendere l’arte del kintsugi, così carica di significati esistenziali a qualsiasi oggetto rotto. Il buco sul maglione è un segno, la fotografia di un momento vissuto che deve essere celebrato, quindi evidenziato piuttosto che ricostruito in maniera invisibile, così facendo, il maglione acquista una nuova personalità e preziosità per merito della sua valenza narrativa. Così come accade per la tessitura Saori, un metodo che esalta l’errore involontario, quindi incoraggia la spontaneità e l’autoespressione con risvolti etici, filosofici e sociali.

Con uno stato d’animo predisposto alla curiosità proviamo a leggere e a stupirci della diversità e della complessità delle forme uniche che sono intorno a noi e guardiamo agli oggetti che ci circondano con affetto e come parte complementare di noi stessi, facendoli vivere il più a lungo possibile assicuriamo il nostro benessere, quello della collettività e dell’ambiente..