il senso del fare

Del fare consapevole. Si parla di questo.

Sappiamo molto bene cosa ci siamo lasciati alle spalle e cosa stiamo ancora attraversando, siamo consapevoli di aver ceduto la nostra identità in cambio dell’identificazione, di aver ceduto i nostri ritmi per la velocità a tempo zero e la nostra memoria per qualcosa che aspettiamo da sempre e che non arriva mai.

Ci siamo resi conto che ciò che indossavamo era una campagna pubblicitaria avviata quattro anni prima dal fashion system, una strategia di marketing che considerava gli individui subito dopo le riviste e i cartelloni pubblicitari. Con la sostanziale differenza che noi pagavamo per indossare quella pubblicità, il cartellone no.

Guardiamo l’interno delle nostre case, i mobili con la loro linea pulita, asettica ed essenziale proprio come la produzione industriale vuole che sia. L’accumulo e il rigetto di tutto quello che ha esaurito la sua funzione, si trova appena fuori la soglia di casa, sui marciapiedi, negli oceani e nell’aria.

Ci siamo nutriti di alimenti per soddisfare appetiti non nostri e tanto meno di quelli degli insetti, i veri responsabili della produzione di cibo.

Una pandemia e un lockdown hanno svelato a ognuno di noi in maniera tragica e definitiva qual è il significato di ben-essere e ben-avere.

Ci siamo resi conto che possiamo avere il tempo e che non siamo più in ritardo o in anticipo, sul tempo. Accorgersi di avere il tempo significa anche avere il tempo per fare. Fare lentamente, fare bene, fare esperienza.

Il tempo trascorso in termini operativi ci ha portato a osservare, ad ascoltare, a includere nei nostri ragionamenti i sensi e le sensazioni di ogni gesto. Ci siamo sentiti connessi, con i nostri corpi, nei nostri spazi abitati e con il resto del mondo. Stretti e uniti soprattutto dal desiderio di ben-essere, di stare bene, in vita, su un pianeta sano.

Ne abbiamo compreso il valore. Adesso abbiamo capito che possiamo avere tutto quello che vogliamo, perché quello che vogliamo e che ci fa stare bene è immateriale.

Continueremo a indossare abiti e accessori e a vivere in case lustre e funzionali ma si invertirà la logica che sottende l’ordine delle cose: non più il prodotto e la produzione al centro, ma l’uomo e il suo ambiente. Le scelte si orienteranno su qualità e criteri che nessuna delle attuali grandi produzioni sono in grado di soddisfare, perché agiscono su piani economici, sociali e culturali obsoleti.

Continueremo a desiderare oggetti che ci rappresentano, con i quali ci identifichiamo, che ci dànno conforto e protezione e che reputiamo affidabili e duraturi ma in questa nuova riproposizione di modelli, noi sapremo come nasce l’idea, chi la realizza e come e con quali metodi e materiali.

Sarà possibile realizzare le idee di ognuno, di tutti , creare oggetti e manufatti che rispondono a esigenze ben precise o che hanno un forte legame emotivo con la persona che li userà e che avrà cura di farli vivere il più a lungo possibile, di ripararli o di ridare loro la vita in caso di rottura e perfino di tramandarle. Questa è la vera garanzia di sostenibilità, insieme alla qualità dei materiali e della tecnica utilizzata.

Tutto questo esiste già, esiste da tempo, forse lo abbiamo rimosso o semplicemente messo da parte, si chiama artigianato, l’arte di produrre cose con un senso. L’arte di produrre un metodo sempre teso al proprio miglioramento.

Abbiamo deciso di raccogliere le esperienze del fare e di ricreare in questo sito un “ambiente laborioso” a più voci e a più mani, quelle di progettisti, artigiani, artigiani digitali e chiunque dia o riconosca un senso nel ben-fare e nel ben-essere.

Azzeriamo le dicotomie tra chi fa e chi usa, processi manuali/tecnologie, tradizione/innovazione, locale/globale e poniamo l’accento su un linguaggio progettuale comune che identifichi i bisogni, le lacune dei territori, i vuoti nell’ambito della formazione e l’arretratezza delle politiche per l’innovazione e li converta in uno strumento utile, inclusivo e collettivo che generi sapere, fiducia, collaborazione.

Noi siamo già qui.

Passaparola.